16/10/2023 Intervento del Prof. Andrea Riccardi, Comunità di Sant’Egidio – 16 ottobre 2023

Signor Presidente della Repubblica,

Cari dirigenti e amici della Comunità Ebraica,

dal 1994, ogni 16 ottobre, ci porta qui con una marcia da Trastevere dove, al Collegio Militare, furono condotti gli ebrei razziati in quel tragico giorno del 1943. Puntualmente un popolo, ebrei e non ebrei, romani e nuovi italiani, ricorda, nella convinzione di non poter lasciare sola la Comunità ebraica nei suoi dolori, ma anche di dover liberare la memoria dal grigiore delle cerimonie, celebrate sovente nell’indifferenza.

Fu un’idea concepita dalla memoria benedetta del rabbino capo Elio Toaff con la Comunità di Sant’Egidio. Oggi, Signor Presidente, la sua presenza onora gli scomparsi e dà la soddisfazione di vedere il Capo dello Stato a una manifestazione che aggrega di anno in anno più persone. Con attenzione ai nuovi italiani, mostrando come il ricordo di quell’orrore e il ripudio dell’antisemitismo siano nel cuore di Roma. Con tempo la memoria non scema, anzi cresce.

Fu un punto di svolta per Roma. Il 16 ottobre 1943 è il giorno più scuro della storia contemporanea della città, un Sabato nero, quando gli ebrei romani e altri affluiti a Roma in cerca di protezione, furono brutalmente sorpresi nel sonno e nelle case. Si apriva la strada di Auschwitz, partendo dalla Stazione Tiburtina. La razzia non distingueva tra anziano o adulto, tra donna o bambino, tra fascista e antifascista: la loro storia non contava nulla. Erano tutti ebrei da eliminare. E così fu. Tornarono solo 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino, sempre qui con noi, finché ha vissuto.

Roma era stata indifferente quando, con le leggi razziste del 1938, si isolavano gli ebrei dagli ariani, definizione ridicola se non fosse stata drammatica. In quell’ottobre 1943, i romani erano preoccupati per sé e per i loro cari in guerra, per le bombe, la mancanza di cibo. Motivi in più per l’indifferenza. Il governo Badoglio non aveva trovato il tempo di abrogare le leggi razziste. Quella razzia terribile, però, svegliò qualcosa nel cuore dei romani.

Qui vicino, vedendo i bambini rastrellati, -racconta Fausto Coen- “una povera donna in piedi prese di tasca un rosario e incominciò a pregare e a piangere, mormorando ritmicamente con un tremito persistente delle labbra: povera carne innocente”. Toccando il male, qualcosa si svegliò. Era troppo! Fu l’ora dei giusti e della lotta a mani nude. Purtroppo ci fu anche chi vendette gli ebrei: quasi 225 casi accertati anche con delatori seriali. L’SS Kappler dichiarò –per quel che vale- che dopo la prima razzia, a Roma, i tedeschi catturarono ebrei quasi sempre su segnalazione italiana. E poi la caccia ai beni ebraici con impietosa avidità.

Dalla tragedia del 1943-44, l’inverno più lungo di Roma, si stemperò la distanza tra ebrei e cristiani. Ci volle tempo, dal secondo dopoguerra, per prendere coscienza che quel buio 16 ottobre era un punto di non ritorno per Roma, una memoria da trasmettere di generazione in generazione. E’ un evento che, nella sua unicità, non smette di parlarci. Ma anche un evento che, passando da una generazione all’altra, ammonisce sui rischi dell’antisemitismo, sul nazismo e sul fascismo, che collaborò alla Shoah italiana, sui risorgenti odi razziali e xenofobi, sulla predicazione del disprezzo. La memoria di quel giorno non si svuota di concretezza, ma quei volti e quelle storie parlano ancora in un mondo diverso.

La guerra è il terreno dove, inevitabilmente, si sviluppano crudeltà incredibili. In un mondo con troppe guerre, dove, spegnendosi la voce dei testimoni e di chi ha conosciuto la guerra, si sta rivalutando lo strumento bellico. In questo clima, tra memoria, orrore per le stragi di innocenti e ansietà per il futuro, ci stringiamo attorno alla Comunità ebraica, segnata dalla memoria dolorosa e dalle preoccupazioni per Israele in questo momento, convinti che nessuno deve essere lasciato solo e isolato, come avvenne in quegli anni da non dimenticare.