16/09/2018 Le incognite sul futuro delle chiese ortodosse

di Redazione

Fonte: Corriere della Sera

Il cristianesimo in Ucraina, il più grande nell’Est dopo quello russo, è diviso. In una stagione ecumenica gli scismi sembravano archiviati, ma lo scontro è grave. La riflessione di Andrea Riccardi sulle colonne del Corriere della Sera.

Mentre in Occidente il cristianesimo è agitato dagli scandali di pedofilia del clero e dal dibattito su sovranismi e la questione dei migranti, in Oriente si sta consumando uno «scisma» tra gli ortodossi russi (150 milioni su 300 milioni di ortodossi) e il patriarcato di Costantinopoli, il Fanar, prima sede dell’ortodossia. In una stagione ecumenica, gli scismi sembravano archiviati; ma lo scontro è davvero grave, perché è in gioco la sorte dell’ortodossia in Ucraina. Non si dimentichi che la crisi politica in Ucraina, nel 2013, iniziò per l’accordo doganale e commerciale con l’Unione Europea, quindi uno spostamento del Paese ad Occidente.

Oggi, il cristianesimo in Ucraina, il più grande nell’Est dopo quello russo, è molto diviso. Oltre ai greco-cattolici (hanno lo stesso rito degli ortodossi, ma sono uniti a Roma), ci sono ben tre Chiese ortodosse con la stessa liturgia: quella ucraina unita al patriarcato di Mosca con 12.000 parrocchie e 200 monasteri; quella autocefala, ricostruita nel 1990 sull’onda del risveglio nazionale, con 1.167 parrocchie; il cosiddetto patriarcato di Kiev, legato alla persona di Filaret, uomo del regime sovietico, poi scomunicato da Mosca (con 5.167 parrocchie). Le Chiese ortodosse e Costantinopoli hanno finora riconosciuto, come canonica, solo la Chiesa ucraina legata a Mosca.

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