di Donatella Trotta

01/05/2018 Il sogno di Riccardi: tutto può cambiare. I cinquant’anni di Sant’Egidio ripercorsi dal suo fondatore in un colloquio con Naro

di Redazione

Fonte: Il Mattino

Il cardinale Crescenzio Sepe li ha definiti gli «artigiani della pace», impegnati in quella che per Igor Man è diventata «l’Onu di Trastevere» per la non scontata capacità di mediare e (con)vincere, in vari conflitti del villaggio globale, fino a raggiungere concreti risultati di pacifica convivenza. Forse perché la Comunità di Sant’Egidio – spiega il suo fondatore, lo storico del cristianesimo e dell’età contemporanea Andrea Riccardi,lucido analista dei fenomeni del nostro tempo – «è una comunità di popolo, secondo l’efficace espressione di Martin Buber; ossia, un soggetto plurale e pluralista responsabile nella vita sociale, nella storia, nei quartieri e su alcuni scenari del mondo con un “noi” che non è solo una somma di io, ma un noi in cui passa la vita». La vita di poveri, anziani, disabili, bambini di strada, senza fissa dimora, ammalati, migranti e di tutti coloro ai margini della società accolti in amicizia da una fraternità che non è una parola, ma un nucleo operoso di «esperti di umanità». Ispirati dalla semplice radicalità evangelica. Nutriti dalla «forza debole» della preghiera. E mossi dall’energia di un entusiasmo – nell’accezione etimologica di «en Theos», Dio dentro – che in 50 anni ha esteso il suo sguardo poliedrico dalla «città di tutti» (Roma, Napoli…) alle periferie di oltre 70 Paesi del mondo: affrontando le sfide della complessità, della globalizzazione e della mutazione antropologica con quel supplemento d’anima e di pensiero che Enzo Bianchi chiama «la differenza cristiana».

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