23/09/2019 Il cardinale Etchegaray e la politica dell’incontro

di Redazione

Fonte: Osservatore Romano

Il 25 settembre il cardinale Roger Etchegaray avrebbe compiuto 97 anni. Si è spento venti giorni prima a Cambo-les-Bains in terra basca francese.

Era tornato nel suo paese, che amava con fierezza, per stare vicino alla sorella Maité, donna forte, insegnante generosa. Aveva un fratello, morto da tempo, prete operaio: “il santo della famiglia” — diceva il cardinale, mettendo a confronto la sua vita di grand commis della Chiesa con quella umile del fratello.

La sua storia, al di là delle parole d’occasione alla sua scomparsa, va letta con attenzione: aiuta a comprendere la “biografia” del cattolicesimo contemporaneo. Etchegaray è stato uno dei grandi “montiniani” al servizio di Giovanni Paolo II, come Casaroli, Gantin, Poupard, Silvestrini e altri. Questi hanno formato una classe dirigente della Chiesa, che ha messo in pratica il dialogo proposto dall’Ecclesiam suam.

Etchegaray ha espresso quel cattolicesimo francese, estroverso e non provinciale, che si è misurato con le dimensioni universali, molto amato da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Lontano dai porporati “principi della Chiesa”, che ancora popolavano gli anni di Pio XII e Giovanni XXIII, rifiutò lo stemma prelatizio o il motto, per evitare ogni tono aristocratico. Voleva essere “servitore”, animato com’era da cordiale apertura al mondo e semplicità, ma anche da una grandeur manifestata in ambiziosi disegni di riforma e di ricollocazione della Chiesa sugli scenari contemporanei.

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